L'eclisse della qualità.

©2015 Fulvio Bortolozzo.
L'eclisse della qualità. Questo è il primo pensiero, rivedendo Michelangelo Antonioni, mentre la parte finale del suo film L'eclisse scorre davanti agli occhi e la luce diurna attorno a me si riposa.

C'è qualcosa di perduto, dimenticato. Una capacità di trattenere le parole, di non dire perché è più importante guardare, instancabilmente, come se le cose, la luce, i rumori stessi, fossero tutto.

Esiste un quotidiano, l'eclisse ce lo ricorda. Nel quotidiano si svolge l'esistenza di ogni essere umano. Giorno dopo giorno, per un numero limitato di giorni. Ogni fuga, e ne aumentano di continuo, da questo semplice dato di fatto è una corsa verso il vuoto di una vita allucinata, senza ritorni possibili.

Il fotografico, come atteggiamento prima di ogni altra cosa, può essere una chiave utile per riaprire la porta del senso. Mettersi lì, guardandosi attorno, senza interessi precisi o intenzioni particolari, ma con le mani in tasca, strette a pugno, come a voler trattenere qualcosa.

Oggi imparo dall'amico Enrico Prada che questo è il quinto paragrafo, per lui l'ultimo che un lettore di blog possa sopportare. Cinque come i sensi. A lui lo dedico quindi, perché sentiamo entrambi con ogni senso, io solo mi trattengo più volentieri prima del dire, lui dice più volentieri.


Nonostante tutto.

©2015 Fulvio Bortolozzo
La sensazione, sgradevole, che provo da un po' di tempo a questa parte è quella di vivere dentro la fine storica di qualcosa. Una sorta di regressione progressiva verso forme di convivenza umana via via peggiori. Come se un forellino invisibile stesse svuotando lentissimamente, ma irrimediabilmente, tutto il vaso esistenziale in cui ho avuto la fortuna di nascere e vivere fin qui.

Con questa sensazione addosso, la pratica del fotografico diventa una forma di resistenza passiva. Un voler continuare a comportarsi come se nulla stesse accadendo, ma guardandosi comunque attorno. Cercando conferme, accettando smentite.

La fuga nelle visioni  multimediali lisergiche non lo ritengo un rimedio utile, nemmeno come placebo oculare. Meglio finire, se di questo si tratta, stando lì davanti alle cose. Un muto osservare, che diventa un esistere, nonostante tutto.

Il cavallo di Troilo.


Rubo il titolo ad un commento che ho letto su Facebook, me ne scuso con l'autore, ma è troppo calzante. 

Insomma alla fine della storia la città oscura di Giovanni Troilo non era Charleroi, ma il World Press Photo. Una città fatta di ipocrisie, confusione etica, maramaldeggiamenti deprimenti.

Certamente il fotografo ha messo in scena diverse delle immagini che ha presentato al concorso. Ancora più certamente le sue didascalie potevano depistare degli ingenui lettori. Però se il borgomastro di Charleroi non avesse fatto la sua intemerata, sarebbe andato tutto bene Madama la Marchesa. I giurati del concorso, e chi lo dirige, si sarebbero beati della visibilità data ad un nuovo talento e avanti con la prossima edizione.

Trovo particolarmente vile, e quindi eticamente scorrettissimo, che per salvarsi il culo, scusate il francese, quelli del WPP abbiano ordito una trama cinica e bara per fare in modo che a perdersi fosse il solo fotografo. La richiesta di precisazioni sul contesto delle riprese era pelosa, serviva a spostare la luce dell'indignazione generale dal premio al fotografo, rendendolo il capro espiatorio perfetto per una situazione che invece lo vede come vittima. Vittima di un sistema mediatico prontissimo ad ingoiare tutto e il contrario di tutto, lasciando che a morire di guerra o ludibrio siano quelli sul campo, quelli che, comunque facciano, anche in malafede perché no, pagheranno sempre e solo di persona. Mentre chi ha selezionato quella serie di Troilo, chi lo ha poi messo in cattiva luce internazionale facendo il pollice verso, così salvando la propria autorità, se ne sta ora comodamente seduto ad aspettare di premiare ed escludere i prossimi gladiatori  dell'informazione. I quali busseranno inevitabilmente il prossimo anno per avere un pìatto di minestra calda con cui giustificarsi della vita vagabonda e grama che tocca loro di fare.


La Camera di Lorenza e Francesco.

Questa sera nell'aula Magna dello IED di Torino, Lorenza Bravetta e Francesco Zanot hanno raccontato, penso per l'ennesima volta, la loro attuale avventura: Camera, centro italiano per la fotografia.

L'apertura della sede con la prima grande mostra, una retrospettiva sul fotografo ucraino Boris Mikhailov,  è purtroppo rinviata da maggio a settembre. Nel frattempo, parteciperanno al Miart e ad altri eventi, conferenze e dibattiti per entrare comunque nel vivo delle discussioni sulla fotografia contemporanea portando il loro punto di vista.

Camera promette di essere qualcosa di importante, un nodo di connessione tra la frammentaria situazione nazionale e il resto dell'ambiente internazionale più avanzato. Un modo organico per far sentire, e pesare, la presenza italiana nei contesti che contano, con particolare riferimento all'arte contemporanea, ma non solo.

Le luci e le ombre ci sono, ma è davvero troppo presto per dire quale sarà la loro combinazione nell'autoritratto di questa nuova istituzione. Se ne riparlerà tra un biennio. Per ora registro con piacere come a prima vista l'entusiasmo fresco e convincente di Lorenza, ottima conoscitrice dei meccanismi di settore e quindi del posizionamento che dovrà raggiungere Camera, sembra combinarsi molto bene con l'approccio curatoriale di Francesco, certamente molto attento al tema della qualità concettuale delle proposte che verranno messe in campo.

Non resta che formulare un sentito "In bocca al lupo" e stare a vedere se e come creperà.




Il cuore vero del fotogiornalismo.

Mi è stato detto che scrivo troppe parole. Capisco che leggere sulla rete non è come leggere sulla carta. Tenterò quindi d'ora in poi di essere ancora più sintetico e breve.




Il borgomastro di Charleroi chiede al World Press Photo che venga ritirato il premio conferito a Giovanni Troilo per la serie intitolata "Il cuore nero dell'Europa". Il giornalista Michele Smargiassi intervista al telefono il fotografo per conoscere la sua reazione. Uno dei soggetti, il cosiddetto "obeso" è Philippe Genion, scrittore ed editore, il quale replica con intelligenza al testo di accompagnamento del suo ritratto in posa realizzato da Troilo.

Chi lo desidera, cliccando sui link può approfondire la questione. A me qui preme solo rimarcare che le immagini vivono di vita propria, così come le parole. Ogni immagine o parola si contrappone ad altre immagini e parole. In pratica sono mondi paralleli, visionari sovente, che possono intersecare la nostra esperienza esistenziale della vita, ma non di più. Al fotogiornalismo si chiede invece un sovrappiù di aderenza alle cose, nel tentativo di costruire, con parole e immagini, un ponte utile per la formazione di un'opinione basata il più possibile sui fatti accaduti. Qui la faccenda si complica. Esagerare con le finzioni visive basate su fatti realmente accaduti, ma ripresentate ad arte seguendo i metodi della staged photography, magari mescolandole pure con altre immagini prese nello svolgersi di fatti, didascalizzati però in altro modo, porta la conseguenza della perdita di credibilità di quanto viene scritto e fatto vedere. Quindi porta alla fine della funzione per cui dovrebbe esistere una cosa che si è a lungo chiamata "fotogiornalismo".

Già troppe parole, lo so. Mi ci va del tempo, ma migliorerò.




C'era una volta... e ci sarà per sempre.

©W. Eugene Smith—TIME & LIFE Pictures/Getty Images

























Altro elemento d'interesse del recente World Press Photo è stata l'esclusione del 20% delle immagini selezionate dalla giuria per eccesso di manipolazione. Si è arrivati a questa decisione confrontando il file RAW con il file mandato al concorso. Quando veniva considerato stravolto il visivo finale rispetto alla fotografia presa sul campo essa veniva eliminata. Tra l'altro, non mi è noto se ancora qualcuno osi mandare file ottenuti per scansione da pellicole o stampe da pellicola. Il salvifico "negativo originale" temo che oramai sia roba museale.

Comunque sia, il fotografico ha una relazione molto pericolosa, da sempre, con l'informazione giornalistica. Il giornalismo d'inchiesta, quello serio "all'americana", da noi per la verità molto poco praticato, prevede che ogni asserzione scritta sul giornale sia sostenuta da prove, meglio se inconfutabili, ma comunque almeno verificabili. In questo senso, servono dei "documenti". L'utilità essenziale di un documento sta nella sua relazione diretta e incontrovertibile con il fatto al quale si riferisce. Inutile farla lunga su questo punto: il mitico caso Watergate sta lì ad esemplificare perfettamente quello che intendo.

Le cose si complicano maledettamente però quando dal documento verbale o scritto si passa al visivo. Una fotografia, così ambigua per natura, come può mai diventare per davvero un documento, una prova verificabile di un fatto? Ecco che nascono così mille problemi nel discriminare il vero dal falso.

Penso però che in fondo si tratti solo di un grande equivoco concettuale. L'unico modo affidabile per il quale una fotografia possa ambire ad essere un documento effettivo sta nel fatto che sia presa dal diretto interessato per suoi motivi privati. Serve quindi una certa inconsapevolezza operativa.

Ogni qual volta invece la fotografia viene presa consapevolmente per precisi intenti informativi e/o comunicativi il suo valore documentale scende vicino allo zero. Solo tracce residue di inconsapevolezza potrebbero ancora sopravvivere ed aiutare all'emersione di un valore documentale.

In conclusione, è perfettamente inutile discriminare tra fotografie manipolate e non manipolate al WPP perché siccome sono consapevolmente presentate al concorso da persone che sanno quello che fanno e anche benissimo perché lo fanno, tutte le fotografie sono manipolate. Non sono documenti validi, ma solo immagini che contengono il punto di vista, sovente narrativo, di un autore, così come capita per l'articolo scritto da un opinionista o il racconto di un romanziere.

Al World Press Photo, in sintesi, si premia chi riesce ad azzeccare l'immagine, o le immagini, che manipolano così bene il visivo da far sembrare verosimile e credibile ciò che invece è sempre e solo una finzione soggettiva di un autore. Insomma si premia chi riesce a centrare la fiaba che i giurati desiderano sentirsi raccontare in quel momento. C'era una volta... e ci sarà per sempre.

Dieci vincenti, nove viventi.

Il World Press Photo 2015 ha decretato i suoi vincitori. La notizia di rilievo è che ben 10 su 45 sono gli italiani arrivati sul podio nelle varie categorie: due primi premi,  tre secondi e cinque terzi. Un medagliere "olimpico" di tutto rispetto; da far invidia a nazioni  molto più potenti della nostra nel settore dell'informazione mediatica.

Togliendosi un momento dal cono di luce abbagliante del WPP viene però da chiedersi a cosa si debba questo miracolo fotografico italiano, a fronte di un'editoria nostrana in coma profondo? Penso lo si debba innanzitutto a uomini, per ora le nostre connazionali latitano nei premi di questo contest pur invece primeggiando nello sport. Uomini giovani che non si rassegnano al Paese in cui gli è capitato di nascere e che, nonostante la deprimente situazione interna, escono dai confini e portano il loro talento a contatto con il mondo.

Se c'è una cosa che connota il fotografico rispetto ad altre esperienze delle arti visive tradizionali, è proprio questo dover per forza essere in presenza di ciò che viene preso come immagine. Il che richiede doti psicofisiche non da tutti, specie se la presenza è sui fronti di guerra o nelle situazioni di maggior degrado umano. Quindi c'è una componente iconografica mai abbastanza valorizzata nel lavoro di un fotografo come quelli che concorrono al WPP: il coraggio. Coraggio non solo fisico, anzi. Un morale fuori dal comune deve sostenere chi voglia perseguire il suo progetto perché veramente moltissimi sono gli ostacoli di tutti i tipi da superare prima di arrivare a dei pubblicati e poi a esposizioni, libri e a tutto il corollario del riconoscimento. Andy Rocchelli questo coraggio lo aveva, ma non ce l'ha fatta ad arrivare vivo al suo premio.

Giusto omaggio ai coraggiosi quindi, senza dimenticare però che sono troppo soli, troppo lasciati a loro stessi da un sistema dell'informazione nazionale in crisi, non solo economica, ma soprattutto di identità ed etica professionale. Stampare carta per far felici gli inserzionisti, in fortissimo calo peraltro, anche se son quasi solo più loro a pagare gli stipendi, è un vero e proprio suicidio collettivo, meritato aggiungo. Spero vivamente che l'esempio dei coraggiosi di quest'anno, come di chi li ha preceduti e li seguirà, possa innescare un recupero di dignità, un ritorno alle vocazioni sincere e alle idee libere, e non monetizzabili a comando, che da troppi anni faticano ad esistere nell'ambiente dell'informazione, e non solo, del nostro Paese.

In chiusura, l'elenco dei 10 vincitori italiani al World Press Photo.

CONTEMPORARY ISSUES
Giovanni Troilo - 1° premio (stories)
Giulio Di Sturco - 2° premio (stories)
Fulvio Bugani - 3° premio (singles)

DAILY LIFE
Michele Palazzi - 1° premio (stories)
Turi Calafato - 3° premio (stories)


PORTRAITS
Andy Rocchelli - 2° premio (stories)
Paolo Verzone - 3° premio (stories)

GENERAL NEWS
Massimo Sestini - 2° premio (singles)
Gianfranco Tripodo - 3° premio (singles)

NATURE
Paolo Marchetti - 3° premio (stories)


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Una vetrina per due.

Il 23 gennaio scorso si è aperta nello spazio torinese della HulaHoop Art Gallery la prima mostra della rassegna Artisti in vetrina a cura di Edoardo Di Mauro e Rosaria Guadiano. L'iniziativa segue una formula originale che prevede doppie personali durante le quali gli artisti svolgono delle attività e interagiscono con il pubblico negli orari di apertura.

I primi ad esporre sono Michela Ghio, che tra l'altro fa parte del gruppo di Facebook We Do The Rest, e Angelo Barile.


Michela Ghio presenta una selezione di piccole stampe fotografiche, a gruppi di quattro, tratte dalla sua serie dedicata all'autoritratto ironico. Un lavoro in progress che risulta particolarmente gradevole ed efficace per la notevole capacità di Michela di interpretare personaggi e situazioni a mezza strada tra il Pop, il fumetto e la pubblicità vintage. Le scelte iconografiche sono ben curate, ma sempre condotte con un tono apparentemente leggero, quasi scanzonato. Da segnalare l'uso della fotocamera come semplice strumento di restituzione di messe in scena meticolosamente predisposte prima dello scatto. Si ottiene così una credibilità visiva che rende perturbanti i personaggi interpretati dall'artista.


Angelo Barile propone dipinti in vari formati, quasi tutti con incorniciature bizzarre. Ritratti nelle tele vi sono dei personaggi fantastici, derivati da iconografie vicine al mondo del fumetto comico contemporaneo. La citazione del Tim Burton de "La sposa cadavere" è pertinente, anche se l'accento di Barile è molto più gioioso, tutto costruito com'è su faccine spiritosamente "imbronciate". Si sente la sua vena italiana nel concedersi alla festa visiva a discapito di ogni inquietudine tipicamente anglosassone.


In conclusione, l'accostamento in un unico momento espositivo dei due artisti mi appare davvero ben riuscito e in grado di valorizzare i lavori di entrambi.






Artisti in Vetrinacon Angelo Barile e Michela Ghio
MAU Museo d’Arte Urbana di Torino
L’Associazione HulaHoop Torino- Roma

Via Rocciamelone 7/c, Torino.

Fino al 30 gennaio 2015

Orari:
dal lunedì al sabato, dalle 13:00 alle 20:00.
Domenica chiuso.
Gli artisti saranno presenti
tutti i giorni dalle 13 alle 19.

 

Info:
335 6398351 - 320 3542037

info@museoarteurbana.it
www.museoarteurbana.it
http://togaciarte.wix.com/togaciarte

Le scimmie non fanno una brutta vita.


©2012 Fulvio Bortolozzo.
"Chi cerca quello che non deve, trova quello che non vuole". La nostra proverbiale saggezza popolare sancisce da sempre questa banale regola di sopravvivenza. Lo sappiamo tutti, siamo adulti e vaccinati. Ai bambini lo si deve però insegnare e, in famiglia o a scuola, la lezione arriva presto, tra le prime della vita. Articolo uno della convivenza italica: "Fatti i fatti (cazzi) tuoi".

Non mi stupisce quindi che molti compatrioti reagiscano con violente dichiarazioni di dissenso, quando non con veri e propri insulti personali, a vicende come quella recente delle due nostre giovani concittadine rapite in Siria e, per loro fortuna, ritornate sane e salve. Esse non sono state educate a modino ed hanno infranto bellamente il primo articolo della vera Costituzione nazionale, quella non scritta sulla carta, ma nella mente di tutti noi.

Superato lo sdegno per una simile offesa al buon senso comune, prima di archiviare il caso e passare ad altro, nel vuoto siderale di un'autentica riflessione collettiva sugli eventi che ci capitano, c'è forse ancora un poco di tempo per potersi chiedere: "Perché?". Perché due ventenni nostrane sono finite tra le grinfie di un lupo siriano come novelle Cappuccetto Rosso? Addirittura, come nella fiaba, andando di loro spontanea volontà nella tana del lupo, travestito da amico (nonna)?

Tra le risposte possibili, e le peggiori sono già state date in questi giorni, penso si possa anche dire che a condurre vite concentrate solo sui fatti propri si finisce per morire prima del tempo. Morire dentro. Un corpo apparentemente sano ed efficiente dove però chi sta nella cabina di comando è già nella fossa. Niente paura, c'è comunque il pilota automatico delle abitudini, delle convenzioni imparate e fatte proprie alla guida del corpo. Non si rischiano inchini pericolosi perché l'inchino è proprio la posizione che il corpo assume quando è in questa situazione. Una vita alla Bristow, l'impiegato a fumetti inventato dall'arguta matita di Frank Dickens il cui motto è: "M'impiego, ma non mi spezzo". A vivere inchinati, piegati, si corrono molti meno rischi. Lo sguardo si fissa sui propri piedi e non si guarda mai negli occhi nessuno. Si può campare cent'anni senza problemi. Poi muore anche il corpo.

Penso che troppi tra quelli che ora rimproverano Greta e Vanessa siano offesi dal fatto che queste ragazze vogliono camminare erette, vogliono poter guardare negli occhi coloro che invece gli inchinati si compiacciono di sbirciare anonimamente sui media. Esse sono la prova evidente che la vita gli esseri umani possono viverla in posizione eretta. Se però non lo fanno, non succede loro nulla di male, anzi. In fondo, le scimmie non fanno una brutta vita.

L'Europa delle armi.

Paolo Verzone. Una persona che per me non è uno qualsiasi. Ci conosciamo da non troppi anni, ma è proprio l'amico d'infanzia che avrei voluto avere. Ce l'ho adesso e, siccome penso di essere rimasto un po' bambino, me lo godo lo stesso, quando si può. Sì, perché lui vive a Parigi. Anzi in Europa. Una propaggine occidentale insignificante dell'intero continente euroasiatico. Eppure in così poco spazio quante storie son venute fuori nelle generazioni. Lo sanno nel mondo intero perché gli europei sono andati dappertutto e quasi mai in pace.

La guerra per L'Europa è sempre stata una necessità, un modo di vivere, un mestiere, come bene ci raccontò Ermanno Olmi al cinema, e persino un'arte. La guerra, cioè il proseguimento della politica con i metodi coercitivi della violenza fisica organizzata, probabilmente ha radici profonde nel genere umano. Forse è parte stessa della natura umana. In ogni caso, non basta mai abbandonarsi a gesti impulsivi. Tutto va preparato, pensato, organizzato, provato. Ci vuole preparazione, e molta, perché stiamo parlando di paura, paura di morire e di far morire. Le guerre non si vincono quasi mai per motivi puramente fisici, ma più spesso psicologici. L'avversario viene annientato nella mente prima che nel corpo. Ecco perché l'essere umano che debba condurre una guerra ha bisogno di una preparazione specifica. Deve rinunciare a qualcosa della sua umanità per poter diventare efficace nell'azione bellica, ma senza arrivare a ridursi come un robot.


Gli isitituti destinati a dare la formazione militare in Europa, e nel mondo, si chiamano spesso Accademie, mutuando il termine da Platone. Anch'io ho fatto un'Accademia, ma era quella Albertina delle Belle Arti di Torino. A Platone forse non sarebbe piaciuta nemmeno questa, visto come la pensava sulle immagini.


Le immagini tuttavia sono molto potenti e contribuiscono, con il loro mondo parallelo, ad influenzare il pensiero, anche collettivo, sul mondo esistenziale, quello di tutti i giorni. In questo senso, decidere di portare una fotocamera nelle Accademie militari per fotografare i cadetti è un'azione forte, che difatti deve superare lunghe attese e le comprensibili diffidenze dei responsabili di quei luoghi.

Paolo, è sempre stato, ma lo è sempre di più, un autentico guerriero iconico. Un mix straordinario di pragmatismo, idealità, concretezza, pazienza, efficacia, rapidità, intuizione. Ecco perché ora ho tra le mani le oltre 200 pagine di CADETS, un libro intenso e ricco: 170 fotografie prese in 20 accademie di 14 nazioni europee.

In quest'opera, forse come mai prima d'ora, Paolo Verzone riesce a mettere in scena un ritratto ambientato che allo stesso tempo rispetta, descrive e inscrive il soggetto in cristalline geometrie cartesiane. L'essenza stessa della migliore istruzione militare. Un'iconografia che unisce insieme la tradizione, di cui gli ambienti sono ricolmi, con le tecnologie del momento. Tra antichi onori e nuove sfide ogni allievo è allo stesso tempo se stesso, ma anche il soldatino di stagno di un ipotetico diorama ottocentesco.

Personalmente, devo ammettere che la presenza femminile mi turba e nello stesso tempo mi attrae, anche come eros, in una sorta di ossimoro psicologico: il femminile che dona la vita addestrato per arrivare fino a toglierla, se necessario. Va anche considerato che siamo di fronte a fotografie prese ad allievi, quindi a chi si sta preparando ai fatti bellici, ma ancora non ha subito le offese del sangue versato. Siamo solo all'inizio di quella vicenda che trasformerà le persone prima in veterani e poi in reduci.

Mi fermo qui. Ringrazio Paolo per questo suo lavoro e gli appunto sul petto la medaglia della mia stima, che ad ogni progetto diventa sempre più grande.

Rompete le righe!


Il libro, su Amazon France:
http://www.amazon.fr/Cadets-Au-coeur-acad%C3%A9mies-militaires/dp/2732467073






Il problema del genere nelle arti visive.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Proprio in questi giorni nel gruppo di Facebook We Do The Rest si è animato un vivace dibattito sull'esistenza o meno di un genere fotografico chiamato Street Photography. La mia posizione è la medesima da sempre: la Street Photography non esiste. Non tedio i miei manzoniani venticinque lettori con una tirata propagandistica a mio favore, ma ne approfitto invece per allargare il tema al problema del "genere" nelle arti visive.

L'idea di poter classificare l'arte visiva, mutuando il metodo dalle scienze naturali è molto antica. Il metodo in se stesso è anche utile. Serve a ridurre la complessità e vastità della produzione visiva a insiemi più maneggevoli per lo studio. Gli scienziati naturalisti sanno però bene che le classificazioni rimangono provvisorie e soggette alla continua verifica e critica di ogni altro studioso che porti nuove osservazioni ed esperimenti a favore di classificazioni diverse.

Spostando questo approccio dalle scienze alle arti visive, per un paradosso tutto da spiegare, il provvisorio diventa definitivo e le classificazioni si trasformano facilmente in etichette inconfutabili: i cosiddetti generi, appunto. Studiosi d'arte, critici, docenti, collezionisti, tifoserie, tutti i cultori della materia insomma tendono ad alimentare una sorta di Letti di Procuste in cui costringere, a volte con evidente violenza logica, qualsiasi opera ed autore in un preciso posto assegnato e non più facilmente ridiscusso in seguito. Questo fatto alimenta la faziosità e l'identificazione del genere come prima questione critica. A quale genere appartiene questo dipinto? Questa fotografia? Questo disegno?

Il classico carro davanti ai buoi. Uno strumento di analisi e conoscenza che diventa una prigione concettuale nella quale ci si preoccupa solo di assegnare le giuste celle. Per questo motivo, tendo a preferire l'azzeramento della questione dei generi, per favorire una ripartenza dell'attenzione sull'opera e sull'autore di per se stessi, senza iniziare con il dare patenti di appartenenza.

In sostituzione della classificazione in generi propongo l'insiemistica delle tradizioni, dei riconoscimenti diretti e reciproci tra gli autori stessi, ove questo sia possibile, ma sempre e comunque con l'intenzione di mantenere queste linee, queste sonde, in perenne stato di verifica e cambiamento.

Facciamo due passi indietro quindi, per farne davvero uno avanti.

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Ce n'est qu'un début...

©2001 Fulvio Bortolozzo, dalla serie Punti di scarto.
Non penso che la strage al Charlie Hebdo sia un caso isolato. Potrebbero essere isolati gli assassini, forse dei fiori marci di banlieue ghettizzate e fuori controllo, ma temo che sia in atto un cambiamento culturale molto pericoloso. Non a caso ad essere colpiti non sono uomini della politica, delle istituzioni pubbliche, giornalisti d'inchiesta  o militari, ma dei disegnatori satirici. La satira è una componente essenziale della libertà d'opinione e quindi del diritto individuale ad esprimere il pensiero critico, anche quando questo sia particolarmente offensivo verso qualcuno.

Ci sono voluti secoli di lotte per rivendicare prima, e ottenere poi, di poter esercitare questo diritto fondamentale senza doverne subire personalmente delle conseguenze mortali. Poteri religiosi, temporali, economici, malavitosi hanno compiuto crimini efferati prima di doversi arrendere all'evidenza che la persona puoi pure ucciderla, ma le sue idee non muoiono con lei.

Ora però l'orologio della Storia sembra camminare all'indietro. I diritti che si credevano ormai acquisiti per sempre, almeno qui in Europa, vengono sempre più violati, stuprati direi, dal montare collettivo di una insopportazione viscerale per la ragione e per tutto ciò che odora di razionalità, di pensiero critico basato sull'osservazione, lo studio e la conoscenza dei fenomeni.

Come amanti delusi che volgono la passione in odio mortifero, sempre più persone preferiscono gettarsi nelle braccia di qualsiasi credo, per demenziale che esso sia, piuttosto di doversi rassegnare alla semplice constatazione che la responsabilità e il senso dell'esistenza sono affidati solo a noi stessi, senza rimedio.

Siamo soli, ma proprio per questo siamo liberi. La libertà è solitudine, ma non per questo è isolamento, vuoto, paura. Le persone libere possono condividere e unirsi, così come sciogliere legami e in ogni momento decidere della propria vita, al di là di ogni condizionamento morale, sociale, politico, religioso. Dio esiste, siamo noi, uno per uno, per chi la volesse pensare così. Oppure non esiste, non ci aiuta che la nostra coscienza, se c'è. Il fondamento della libertà è in ogni caso la coscienza individuale. Gli incoscienti, gli ignavi, gli ignoranti di questo aspetto, si ribellano invece fino all'assassinio.

Oggi ridere e far ridere per alimentare la coscienza degli individui di pensieri diversi è diventato pericoloso più che mai perché la fiducia collettiva nella libertà di pensiero è venuta meno. Si spaccia per libertà la distruzione della dignità umana. La mercificazione dei corpi non basta più, si mercificano le menti, le emozioni. Il condizionamento mediatico è sempre più sofisticato, l'anestesia del consumo, o del desiderio inespresso di consumo, drogano le vite quotidiane di troppi milioni di umani.

Di fronte a questo disastro sociale e culturale, antiche culture familistiche, come da noi in Italia, o religiose, come nei paesi islamici, reagiscono con violenza, con regressioni terrificanti. Da noi si passa al ladrocinio come sistema di valori non scritto, ma praticato a livello di massa, altrove si pensa alla morte, da dare e ricevere come martirio, come fosse una buona, l'unica, via d'uscita, la soluzione terminale.

Un paesaggio da basso Impero. Un medioevo prossimo venturo ci attende perché chi non impara dai propri errori e condannato a ripeterli in eterno, anche se in forme sempre diverse.

Ce n'est qu'un début...