Il cuore vero del fotogiornalismo.

Mi è stato detto che scrivo troppe parole. Capisco che leggere sulla rete non è come leggere sulla carta. Tenterò quindi d'ora in poi di essere ancora più sintetico e breve.




Il borgomastro di Charleroi chiede al World Press Photo che venga ritirato il premio conferito a Giovanni Troilo per la serie intitolata "Il cuore nero dell'Europa". Il giornalista Michele Smargiassi intervista al telefono il fotografo per conoscere la sua reazione. Uno dei soggetti, il cosiddetto "obeso" è Philippe Genion, scrittore ed editore, il quale replica con intelligenza al testo di accompagnamento del suo ritratto in posa realizzato da Troilo.

Chi lo desidera, cliccando sui link può approfondire la questione. A me qui preme solo rimarcare che le immagini vivono di vita propria, così come le parole. Ogni immagine o parola si contrappone ad altre immagini e parole. In pratica sono mondi paralleli, visionari sovente, che possono intersecare la nostra esperienza esistenziale della vita, ma non di più. Al fotogiornalismo si chiede invece un sovrappiù di aderenza alle cose, nel tentativo di costruire, con parole e immagini, un ponte utile per la formazione di un'opinione basata il più possibile sui fatti accaduti. Qui la faccenda si complica. Esagerare con le finzioni visive basate su fatti realmente accaduti, ma ripresentate ad arte seguendo i metodi della staged photography, magari mescolandole pure con altre immagini prese nello svolgersi di fatti, didascalizzati però in altro modo, porta la conseguenza della perdita di credibilità di quanto viene scritto e fatto vedere. Quindi porta alla fine della funzione per cui dovrebbe esistere una cosa che si è a lungo chiamata "fotogiornalismo".

Già troppe parole, lo so. Mi ci va del tempo, ma migliorerò.




C'era una volta... e ci sarà per sempre.

©W. Eugene Smith—TIME & LIFE Pictures/Getty Images

























Altro elemento d'interesse del recente World Press Photo è stata l'esclusione del 20% delle immagini selezionate dalla giuria per eccesso di manipolazione. Si è arrivati a questa decisione confrontando il file RAW con il file mandato al concorso. Quando veniva considerato stravolto il visivo finale rispetto alla fotografia presa sul campo essa veniva eliminata. Tra l'altro, non mi è noto se ancora qualcuno osi mandare file ottenuti per scansione da pellicole o stampe da pellicola. Il salvifico "negativo originale" temo che oramai sia roba museale.

Comunque sia, il fotografico ha una relazione molto pericolosa, da sempre, con l'informazione giornalistica. Il giornalismo d'inchiesta, quello serio "all'americana", da noi per la verità molto poco praticato, prevede che ogni asserzione scritta sul giornale sia sostenuta da prove, meglio se inconfutabili, ma comunque almeno verificabili. In questo senso, servono dei "documenti". L'utilità essenziale di un documento sta nella sua relazione diretta e incontrovertibile con il fatto al quale si riferisce. Inutile farla lunga su questo punto: il mitico caso Watergate sta lì ad esemplificare perfettamente quello che intendo.

Le cose si complicano maledettamente però quando dal documento verbale o scritto si passa al visivo. Una fotografia, così ambigua per natura, come può mai diventare per davvero un documento, una prova verificabile di un fatto? Ecco che nascono così mille problemi nel discriminare il vero dal falso.

Penso però che in fondo si tratti solo di un grande equivoco concettuale. L'unico modo affidabile per il quale una fotografia possa ambire ad essere un documento effettivo sta nel fatto che sia presa dal diretto interessato per suoi motivi privati. Serve quindi una certa inconsapevolezza operativa.

Ogni qual volta invece la fotografia viene presa consapevolmente per precisi intenti informativi e/o comunicativi il suo valore documentale scende vicino allo zero. Solo tracce residue di inconsapevolezza potrebbero ancora sopravvivere ed aiutare all'emersione di un valore documentale.

In conclusione, è perfettamente inutile discriminare tra fotografie manipolate e non manipolate al WPP perché siccome sono consapevolmente presentate al concorso da persone che sanno quello che fanno e anche benissimo perché lo fanno, tutte le fotografie sono manipolate. Non sono documenti validi, ma solo immagini che contengono il punto di vista, sovente narrativo, di un autore, così come capita per l'articolo scritto da un opinionista o il racconto di un romanziere.

Al World Press Photo, in sintesi, si premia chi riesce ad azzeccare l'immagine, o le immagini, che manipolano così bene il visivo da far sembrare verosimile e credibile ciò che invece è sempre e solo una finzione soggettiva di un autore. Insomma si premia chi riesce a centrare la fiaba che i giurati desiderano sentirsi raccontare in quel momento. C'era una volta... e ci sarà per sempre.

Dieci vincenti, nove viventi.

Il World Press Photo 2015 ha decretato i suoi vincitori. La notizia di rilievo è che ben 10 su 45 sono gli italiani arrivati sul podio nelle varie categorie: due primi premi,  tre secondi e cinque terzi. Un medagliere "olimpico" di tutto rispetto; da far invidia a nazioni  molto più potenti della nostra nel settore dell'informazione mediatica.

Togliendosi un momento dal cono di luce abbagliante del WPP viene però da chiedersi a cosa si debba questo miracolo fotografico italiano, a fronte di un'editoria nostrana in coma profondo? Penso lo si debba innanzitutto a uomini, per ora le nostre connazionali latitano nei premi di questo contest pur invece primeggiando nello sport. Uomini giovani che non si rassegnano al Paese in cui gli è capitato di nascere e che, nonostante la deprimente situazione interna, escono dai confini e portano il loro talento a contatto con il mondo.

Se c'è una cosa che connota il fotografico rispetto ad altre esperienze delle arti visive tradizionali, è proprio questo dover per forza essere in presenza di ciò che viene preso come immagine. Il che richiede doti psicofisiche non da tutti, specie se la presenza è sui fronti di guerra o nelle situazioni di maggior degrado umano. Quindi c'è una componente iconografica mai abbastanza valorizzata nel lavoro di un fotografo come quelli che concorrono al WPP: il coraggio. Coraggio non solo fisico, anzi. Un morale fuori dal comune deve sostenere chi voglia perseguire il suo progetto perché veramente moltissimi sono gli ostacoli di tutti i tipi da superare prima di arrivare a dei pubblicati e poi a esposizioni, libri e a tutto il corollario del riconoscimento. Andy Rocchelli questo coraggio lo aveva, ma non ce l'ha fatta ad arrivare vivo al suo premio.

Giusto omaggio ai coraggiosi quindi, senza dimenticare però che sono troppo soli, troppo lasciati a loro stessi da un sistema dell'informazione nazionale in crisi, non solo economica, ma soprattutto di identità ed etica professionale. Stampare carta per far felici gli inserzionisti, in fortissimo calo peraltro, anche se son quasi solo più loro a pagare gli stipendi, è un vero e proprio suicidio collettivo, meritato aggiungo. Spero vivamente che l'esempio dei coraggiosi di quest'anno, come di chi li ha preceduti e li seguirà, possa innescare un recupero di dignità, un ritorno alle vocazioni sincere e alle idee libere, e non monetizzabili a comando, che da troppi anni faticano ad esistere nell'ambiente dell'informazione, e non solo, del nostro Paese.

In chiusura, l'elenco dei 10 vincitori italiani al World Press Photo.

CONTEMPORARY ISSUES
Giovanni Troilo - 1° premio (stories)
Giulio Di Sturco - 2° premio (stories)
Fulvio Bugani - 3° premio (singles)

DAILY LIFE
Michele Palazzi - 1° premio (stories)
Turi Calafato - 3° premio (stories)


PORTRAITS
Andy Rocchelli - 2° premio (stories)
Paolo Verzone - 3° premio (stories)

GENERAL NEWS
Massimo Sestini - 2° premio (singles)
Gianfranco Tripodo - 3° premio (singles)

NATURE
Paolo Marchetti - 3° premio (stories)


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Una vetrina per due.

Il 23 gennaio scorso si è aperta nello spazio torinese della HulaHoop Art Gallery la prima mostra della rassegna Artisti in vetrina a cura di Edoardo Di Mauro e Rosaria Guadiano. L'iniziativa segue una formula originale che prevede doppie personali durante le quali gli artisti svolgono delle attività e interagiscono con il pubblico negli orari di apertura.

I primi ad esporre sono Michela Ghio, che tra l'altro fa parte del gruppo di Facebook We Do The Rest, e Angelo Barile.


Michela Ghio presenta una selezione di piccole stampe fotografiche, a gruppi di quattro, tratte dalla sua serie dedicata all'autoritratto ironico. Un lavoro in progress che risulta particolarmente gradevole ed efficace per la notevole capacità di Michela di interpretare personaggi e situazioni a mezza strada tra il Pop, il fumetto e la pubblicità vintage. Le scelte iconografiche sono ben curate, ma sempre condotte con un tono apparentemente leggero, quasi scanzonato. Da segnalare l'uso della fotocamera come semplice strumento di restituzione di messe in scena meticolosamente predisposte prima dello scatto. Si ottiene così una credibilità visiva che rende perturbanti i personaggi interpretati dall'artista.


Angelo Barile propone dipinti in vari formati, quasi tutti con incorniciature bizzarre. Ritratti nelle tele vi sono dei personaggi fantastici, derivati da iconografie vicine al mondo del fumetto comico contemporaneo. La citazione del Tim Burton de "La sposa cadavere" è pertinente, anche se l'accento di Barile è molto più gioioso, tutto costruito com'è su faccine spiritosamente "imbronciate". Si sente la sua vena italiana nel concedersi alla festa visiva a discapito di ogni inquietudine tipicamente anglosassone.


In conclusione, l'accostamento in un unico momento espositivo dei due artisti mi appare davvero ben riuscito e in grado di valorizzare i lavori di entrambi.






Artisti in Vetrinacon Angelo Barile e Michela Ghio
MAU Museo d’Arte Urbana di Torino
L’Associazione HulaHoop Torino- Roma

Via Rocciamelone 7/c, Torino.

Fino al 30 gennaio 2015

Orari:
dal lunedì al sabato, dalle 13:00 alle 20:00.
Domenica chiuso.
Gli artisti saranno presenti
tutti i giorni dalle 13 alle 19.

 

Info:
335 6398351 - 320 3542037

info@museoarteurbana.it
www.museoarteurbana.it
http://togaciarte.wix.com/togaciarte

Le scimmie non fanno una brutta vita.


©2012 Fulvio Bortolozzo.
"Chi cerca quello che non deve, trova quello che non vuole". La nostra proverbiale saggezza popolare sancisce da sempre questa banale regola di sopravvivenza. Lo sappiamo tutti, siamo adulti e vaccinati. Ai bambini lo si deve però insegnare e, in famiglia o a scuola, la lezione arriva presto, tra le prime della vita. Articolo uno della convivenza italica: "Fatti i fatti (cazzi) tuoi".

Non mi stupisce quindi che molti compatrioti reagiscano con violente dichiarazioni di dissenso, quando non con veri e propri insulti personali, a vicende come quella recente delle due nostre giovani concittadine rapite in Siria e, per loro fortuna, ritornate sane e salve. Esse non sono state educate a modino ed hanno infranto bellamente il primo articolo della vera Costituzione nazionale, quella non scritta sulla carta, ma nella mente di tutti noi.

Superato lo sdegno per una simile offesa al buon senso comune, prima di archiviare il caso e passare ad altro, nel vuoto siderale di un'autentica riflessione collettiva sugli eventi che ci capitano, c'è forse ancora un poco di tempo per potersi chiedere: "Perché?". Perché due ventenni nostrane sono finite tra le grinfie di un lupo siriano come novelle Cappuccetto Rosso? Addirittura, come nella fiaba, andando di loro spontanea volontà nella tana del lupo, travestito da amico (nonna)?

Tra le risposte possibili, e le peggiori sono già state date in questi giorni, penso si possa anche dire che a condurre vite concentrate solo sui fatti propri si finisce per morire prima del tempo. Morire dentro. Un corpo apparentemente sano ed efficiente dove però chi sta nella cabina di comando è già nella fossa. Niente paura, c'è comunque il pilota automatico delle abitudini, delle convenzioni imparate e fatte proprie alla guida del corpo. Non si rischiano inchini pericolosi perché l'inchino è proprio la posizione che il corpo assume quando è in questa situazione. Una vita alla Bristow, l'impiegato a fumetti inventato dall'arguta matita di Frank Dickens il cui motto è: "M'impiego, ma non mi spezzo". A vivere inchinati, piegati, si corrono molti meno rischi. Lo sguardo si fissa sui propri piedi e non si guarda mai negli occhi nessuno. Si può campare cent'anni senza problemi. Poi muore anche il corpo.

Penso che troppi tra quelli che ora rimproverano Greta e Vanessa siano offesi dal fatto che queste ragazze vogliono camminare erette, vogliono poter guardare negli occhi coloro che invece gli inchinati si compiacciono di sbirciare anonimamente sui media. Esse sono la prova evidente che la vita gli esseri umani possono viverla in posizione eretta. Se però non lo fanno, non succede loro nulla di male, anzi. In fondo, le scimmie non fanno una brutta vita.

L'Europa delle armi.

Paolo Verzone. Una persona che per me non è uno qualsiasi. Ci conosciamo da non troppi anni, ma è proprio l'amico d'infanzia che avrei voluto avere. Ce l'ho adesso e, siccome penso di essere rimasto un po' bambino, me lo godo lo stesso, quando si può. Sì, perché lui vive a Parigi. Anzi in Europa. Una propaggine occidentale insignificante dell'intero continente euroasiatico. Eppure in così poco spazio quante storie son venute fuori nelle generazioni. Lo sanno nel mondo intero perché gli europei sono andati dappertutto e quasi mai in pace.

La guerra per L'Europa è sempre stata una necessità, un modo di vivere, un mestiere, come bene ci raccontò Ermanno Olmi al cinema, e persino un'arte. La guerra, cioè il proseguimento della politica con i metodi coercitivi della violenza fisica organizzata, probabilmente ha radici profonde nel genere umano. Forse è parte stessa della natura umana. In ogni caso, non basta mai abbandonarsi a gesti impulsivi. Tutto va preparato, pensato, organizzato, provato. Ci vuole preparazione, e molta, perché stiamo parlando di paura, paura di morire e di far morire. Le guerre non si vincono quasi mai per motivi puramente fisici, ma più spesso psicologici. L'avversario viene annientato nella mente prima che nel corpo. Ecco perché l'essere umano che debba condurre una guerra ha bisogno di una preparazione specifica. Deve rinunciare a qualcosa della sua umanità per poter diventare efficace nell'azione bellica, ma senza arrivare a ridursi come un robot.


Gli isitituti destinati a dare la formazione militare in Europa, e nel mondo, si chiamano spesso Accademie, mutuando il termine da Platone. Anch'io ho fatto un'Accademia, ma era quella Albertina delle Belle Arti di Torino. A Platone forse non sarebbe piaciuta nemmeno questa, visto come la pensava sulle immagini.


Le immagini tuttavia sono molto potenti e contribuiscono, con il loro mondo parallelo, ad influenzare il pensiero, anche collettivo, sul mondo esistenziale, quello di tutti i giorni. In questo senso, decidere di portare una fotocamera nelle Accademie militari per fotografare i cadetti è un'azione forte, che difatti deve superare lunghe attese e le comprensibili diffidenze dei responsabili di quei luoghi.

Paolo, è sempre stato, ma lo è sempre di più, un autentico guerriero iconico. Un mix straordinario di pragmatismo, idealità, concretezza, pazienza, efficacia, rapidità, intuizione. Ecco perché ora ho tra le mani le oltre 200 pagine di CADETS, un libro intenso e ricco: 170 fotografie prese in 20 accademie di 14 nazioni europee.

In quest'opera, forse come mai prima d'ora, Paolo Verzone riesce a mettere in scena un ritratto ambientato che allo stesso tempo rispetta, descrive e inscrive il soggetto in cristalline geometrie cartesiane. L'essenza stessa della migliore istruzione militare. Un'iconografia che unisce insieme la tradizione, di cui gli ambienti sono ricolmi, con le tecnologie del momento. Tra antichi onori e nuove sfide ogni allievo è allo stesso tempo se stesso, ma anche il soldatino di stagno di un ipotetico diorama ottocentesco.

Personalmente, devo ammettere che la presenza femminile mi turba e nello stesso tempo mi attrae, anche come eros, in una sorta di ossimoro psicologico: il femminile che dona la vita addestrato per arrivare fino a toglierla, se necessario. Va anche considerato che siamo di fronte a fotografie prese ad allievi, quindi a chi si sta preparando ai fatti bellici, ma ancora non ha subito le offese del sangue versato. Siamo solo all'inizio di quella vicenda che trasformerà le persone prima in veterani e poi in reduci.

Mi fermo qui. Ringrazio Paolo per questo suo lavoro e gli appunto sul petto la medaglia della mia stima, che ad ogni progetto diventa sempre più grande.

Rompete le righe!


Il libro, su Amazon France:
http://www.amazon.fr/Cadets-Au-coeur-acad%C3%A9mies-militaires/dp/2732467073






Il problema del genere nelle arti visive.

©2014 Fulvio Bortolozzo.
Proprio in questi giorni nel gruppo di Facebook We Do The Rest si è animato un vivace dibattito sull'esistenza o meno di un genere fotografico chiamato Street Photography. La mia posizione è la medesima da sempre: la Street Photography non esiste. Non tedio i miei manzoniani venticinque lettori con una tirata propagandistica a mio favore, ma ne approfitto invece per allargare il tema al problema del "genere" nelle arti visive.

L'idea di poter classificare l'arte visiva, mutuando il metodo dalle scienze naturali è molto antica. Il metodo in se stesso è anche utile. Serve a ridurre la complessità e vastità della produzione visiva a insiemi più maneggevoli per lo studio. Gli scienziati naturalisti sanno però bene che le classificazioni rimangono provvisorie e soggette alla continua verifica e critica di ogni altro studioso che porti nuove osservazioni ed esperimenti a favore di classificazioni diverse.

Spostando questo approccio dalle scienze alle arti visive, per un paradosso tutto da spiegare, il provvisorio diventa definitivo e le classificazioni si trasformano facilmente in etichette inconfutabili: i cosiddetti generi, appunto. Studiosi d'arte, critici, docenti, collezionisti, tifoserie, tutti i cultori della materia insomma tendono ad alimentare una sorta di Letti di Procuste in cui costringere, a volte con evidente violenza logica, qualsiasi opera ed autore in un preciso posto assegnato e non più facilmente ridiscusso in seguito. Questo fatto alimenta la faziosità e l'identificazione del genere come prima questione critica. A quale genere appartiene questo dipinto? Questa fotografia? Questo disegno?

Il classico carro davanti ai buoi. Uno strumento di analisi e conoscenza che diventa una prigione concettuale nella quale ci si preoccupa solo di assegnare le giuste celle. Per questo motivo, tendo a preferire l'azzeramento della questione dei generi, per favorire una ripartenza dell'attenzione sull'opera e sull'autore di per se stessi, senza iniziare con il dare patenti di appartenenza.

In sostituzione della classificazione in generi propongo l'insiemistica delle tradizioni, dei riconoscimenti diretti e reciproci tra gli autori stessi, ove questo sia possibile, ma sempre e comunque con l'intenzione di mantenere queste linee, queste sonde, in perenne stato di verifica e cambiamento.

Facciamo due passi indietro quindi, per farne davvero uno avanti.

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Ce n'est qu'un début...

©2001 Fulvio Bortolozzo, dalla serie Punti di scarto.
Non penso che la strage al Charlie Hebdo sia un caso isolato. Potrebbero essere isolati gli assassini, forse dei fiori marci di banlieue ghettizzate e fuori controllo, ma temo che sia in atto un cambiamento culturale molto pericoloso. Non a caso ad essere colpiti non sono uomini della politica, delle istituzioni pubbliche, giornalisti d'inchiesta  o militari, ma dei disegnatori satirici. La satira è una componente essenziale della libertà d'opinione e quindi del diritto individuale ad esprimere il pensiero critico, anche quando questo sia particolarmente offensivo verso qualcuno.

Ci sono voluti secoli di lotte per rivendicare prima, e ottenere poi, di poter esercitare questo diritto fondamentale senza doverne subire personalmente delle conseguenze mortali. Poteri religiosi, temporali, economici, malavitosi hanno compiuto crimini efferati prima di doversi arrendere all'evidenza che la persona puoi pure ucciderla, ma le sue idee non muoiono con lei.

Ora però l'orologio della Storia sembra camminare all'indietro. I diritti che si credevano ormai acquisiti per sempre, almeno qui in Europa, vengono sempre più violati, stuprati direi, dal montare collettivo di una insopportazione viscerale per la ragione e per tutto ciò che odora di razionalità, di pensiero critico basato sull'osservazione, lo studio e la conoscenza dei fenomeni.

Come amanti delusi che volgono la passione in odio mortifero, sempre più persone preferiscono gettarsi nelle braccia di qualsiasi credo, per demenziale che esso sia, piuttosto di doversi rassegnare alla semplice constatazione che la responsabilità e il senso dell'esistenza sono affidati solo a noi stessi, senza rimedio.

Siamo soli, ma proprio per questo siamo liberi. La libertà è solitudine, ma non per questo è isolamento, vuoto, paura. Le persone libere possono condividere e unirsi, così come sciogliere legami e in ogni momento decidere della propria vita, al di là di ogni condizionamento morale, sociale, politico, religioso. Dio esiste, siamo noi, uno per uno, per chi la volesse pensare così. Oppure non esiste, non ci aiuta che la nostra coscienza, se c'è. Il fondamento della libertà è in ogni caso la coscienza individuale. Gli incoscienti, gli ignavi, gli ignoranti di questo aspetto, si ribellano invece fino all'assassinio.

Oggi ridere e far ridere per alimentare la coscienza degli individui di pensieri diversi è diventato pericoloso più che mai perché la fiducia collettiva nella libertà di pensiero è venuta meno. Si spaccia per libertà la distruzione della dignità umana. La mercificazione dei corpi non basta più, si mercificano le menti, le emozioni. Il condizionamento mediatico è sempre più sofisticato, l'anestesia del consumo, o del desiderio inespresso di consumo, drogano le vite quotidiane di troppi milioni di umani.

Di fronte a questo disastro sociale e culturale, antiche culture familistiche, come da noi in Italia, o religiose, come nei paesi islamici, reagiscono con violenza, con regressioni terrificanti. Da noi si passa al ladrocinio come sistema di valori non scritto, ma praticato a livello di massa, altrove si pensa alla morte, da dare e ricevere come martirio, come fosse una buona, l'unica, via d'uscita, la soluzione terminale.

Un paesaggio da basso Impero. Un medioevo prossimo venturo ci attende perché chi non impara dai propri errori e condannato a ripeterli in eterno, anche se in forme sempre diverse.

Ce n'est qu'un début...




L'anno che viene domani.

Vorrei solo dire grazie a chi mi legge. Approfitto per questo dei tradizionali auguri di fine d'anno.

Penso di continuare così, più o meno. Quindi chi già riceve gli avvisi di nuovi post pubblicati, continuerà a riceverli. Come al solito, a volte dopo lunghi silenzi, altre volte uno dietro l'altro.

Una decina di giorni fa ho messo fine all'esperienza di  Camera Doppia, anche perché stava creando pian piano, come già successe con Luigi Walker per la fotografia contemporanea, troppe aspettative. Preferisco invece rimanere sempre libero di pensare, agire e scrivere secondo l'umore del momento, senza dover tener conto di niente e di nessuno. Così, l'ultimo luogo possibile è quello identitario estremo rappresentato dal mio nome e cognome.

Bene, grazie ancora a tutti e auguri di Buona Fine e Buon Principio, come si usava dire un tempo. Ci ritroveremo durante l'anno che viene domani.





Koudelka a Bard.

Santo Stefano mi porta il regalo della visita ad una mostra di alto livello. Al Forte di Bard in Valle d'Aosta espone il fotografo Josef Koudelka. La personale si intitola Vestiges 1991-2014 e rimane aperta fino al 3 maggio 2015. Sul sito del Forte ci sono le informazioni utili.



Prima di tutto vorrei sottolineare il notevole lavoro di progettazione dell'allestimento, che il personale delle sale mi dice essere merito di Andrea Holzherr, responsabile di Magnum Photos per le esposizioni e gli eventi culturali. Gli spazi delle Cannoniere di Bard, già seducenti di loro, vengono occupati non solo con stampe fotografiche a muro di grandi dimensioni e impatto, ma anche con bassi parallelepipedi variamente disposti sul pavimento e contenenti le fotografie nella faccia superiore. L'insieme dell'installazione, giocata proprio sulle diagonali, rispetta e valorizza uno dei punti di forza essenziali del modulo compositivo di Koudelka. A integrazione della mostra uno slide show con molte più immagini di quelle esposte, persino troppe, e un utilissimo Reading Corner con i libri fondamentali di Koudelka, tra cui, per me, l'nsuperabile Chaos, edito da Phaidon nel 1999.


Proprio da Chaos vorrei partire, visto che alcune delle immagini germinali di Vestiges già vi appaiono. L'effetto di quel libro fu grande, almeno per me, non solo per via dell'inusuale formato panoramico (il classico rettilineare con il rapporto tra i lati di 3 a 1), ma anzi soprattutto per la libertà d'azione e composizione che adottava. Un approccio "sporco" che prevedeva la violazione di tutte le regole di ripresa consuete con quel tipo di dispositivo fotografico: dalla ripresa su treppiede in bolla, alla cura del dettaglio fine e della restituzione tonale, al rigore estremo della inquadratura prospettica. Koudelka prende un ben educato e addestrato cavallo lipizzano e lo trasforma in un mustang del selvaggio West. Ogni scelta tecnica diviene espressiva e così l'inclinazione a piacere, il bianco e nero, nerissimo, contrastato e carico di grana, la profondità di campo estrema, le verticali impaginate a 2 e 3 per volta, persino il micromosso provocato dal prendere foto a mano libera, diventano le chiavi formali per restituire davvero il caos, il fuligginoso mondo incerto in cui si muove Koudelka e noi tutti con lui. Lo stesso alternarsi di primissimi piani, pavimentazioni, segni, superfici materiche e ambienti urbani, archeologici, degradati, bucolici, creano un crescendo rossiniano, un flusso vorticoso e inarrestabile, una corsa verso il vuoto.



In Vestiges tutto questo non c'è. L'impressione è di silenzio, di calma apparente. Come se tutto fosse già successo. Quelle rovine sono già le nostre. La vegetazione, l'acqua, il vento stanno riprendendosi il pianeta e di noi restano, come resteranno, rare vestigia, via via meno visibili. Koudelka forse tira le somme, chissà.


A completamento dell'operazione, rassicuro gli appassionati del genere che potranno godere di tutto l'immancabile gadgettismo museale contemporaneo che accompagna ogni mostra che si rispetti. Rimpinzatevi!


(all photos: ©2014 Fulvio Bortolozzo)






Buone feste.

Eccoci qui anche quest'anno.
Passerà e tornerà l'anno prossimo. Sono quelle scadenze che, anche se non vuoi, danno un ritmo allo scorrere del tempo.

Approfitto del momento per ringraziare quanti guardano le mie immagini e leggono le mie parole qui come altrove. A volte forse posso dare l'impressione che non me ne importi nulla, ma non è così. Solo che per me tutto questo viene dopo.

Sarei certamente molto meno contento se proprio nessuno mi desse retta, ma sarei ancora meno contento se il primo a non darmi retta fossi io stesso. Per fortuna questo ancora non accade e quindi continuo ad incuriosirmi, e anche ad entusiasmarmi, quasi ogni giorno. Penso sia questa la vita, almeno la mia. Ora bando alle ciance, auguro a tutti di passare bene questo periodo e i giorni che verranno.

Nel caso qualcosa non andasse come dovrebbe, ricordarsi sempre di Rossella O'Hara e pure di Rhett Butler però.

L'esperienza, prima del verbo e pure del nome.


©2014 Fulvio Bortolozzo.
Il linguaggio verbale, poi divenuto scritto/verbale, è talmente antico da sembrare connaturato all'umanità stessa. Sembra persino all'origine della nostra diversità nel mondo animale. Nessun'altra specie sul pianeta ci pare possedere qualcosa di così articolato e complesso. "Io parlo dunque sono", potremmo persino dirci, parodiando Cartesio.

A mio modesto parere le cose non stanno così. Esiste un'umanità preverbale che non si è estinta con l'avvento del Verbo, sì perché per nostra disgrazia le religioni monoteiste portano il linguaggio scritto/verbale alla suprema esaltazione: quella religiosa.  Prima del verbo, e pure del nome, viene l'esperienza delle cose. Qualcosa che non è comprimibile, riducibile perfettamente in un linguaggio. L'esperienza è la fonte originale dell'umanità come specie. Un'attività individuale, o meglio che si rinnova in ogni individuo umano, e che produce, unita all'intelligenza della mente, cambiamenti, trasformazioni dei comportamenti.

L'umano per sua natura esperisce quindi e trae dall'esperienza gli elementi per trasformare le sue azioni, per cambiare l'atteggiamento di fronte alle cose. Nel mondo animale mi pare che quella umana sia la specie che più di ogni altra sa sfruttare l'esperienza per produrre cambiamenti individuali, nella stessa generazione, e anche molto complessi e rapidi.

Il contatto più diretto con l'esperienza è sensoriale. Vedere le cose è quindi già un'esperienza primaria. Una delle cinque forme primarie. Il fotografico, l'esperienza del fotografico, è per questo, prima di ogni altra considerazione linguistica o comunicativa, il gettare la sonda di un dispositivo tecnico dentro l'esperienza della visione umana. Un'attività diretta, muta, individuale che prima di ogni successivo effetto ha quello di interferire con la visione producendo immagini che portano a chi le prende una seconda possibilità d'esperienza: da quella sensoriale diretta del sistema occhio/mente nel momento della visione a quella ulteriore, mediata dal dispositivo, che risulta affine, ma sempre diversa. Il corto circuito tra le due forme di visione provoca esperienze nuove e con esse modificazioni del comportamento.

Tutto questo non ha bisogno di parole. Avviene direttamente nel cervello senza che ci sia necessità di un'organizzazione scritto/verbale. Solo in momenti successivi, e che possono anche non venire, si pone il problema della comunicazione a terzi. Quindi il problema del linguaggio, anche di quello scritto/verbale.

Ignorare questo livello di esperienza preverbale, considerare l'esperienza solo come qualcosa di coincidente con il linguaggio provoca un capovolgimento logico, a mio avviso, che porta a considerare il linguaggio l'unica sede possibile di esperienza. Ciò che non diventa linguaggio non esiste. Socialmente può anche essere così, ma fino a che le nascite degli umani porteranno a vite singole, con una nascita e una morte separate per ogni individuo, pur magari cronologicamente coincidenti, l'esperienza sarà individuale ed ogni individuo fa la sua, al di là che sia poi in grado o meno di trasmetterla ad altri con un sistema linguistico.