Buone feste.

Eccoci qui anche quest'anno.
Passerà e tornerà l'anno prossimo. Sono quelle scadenze che, anche se non vuoi, danno un ritmo allo scorrere del tempo.

Approfitto del momento per ringraziare quanti guardano le mie immagini e leggono le mie parole qui come altrove. A volte forse posso dare l'impressione che non me ne importi nulla, ma non è così. Solo che per me tutto questo viene dopo.

Sarei certamente molto meno contento se proprio nessuno mi desse retta, ma sarei ancora meno contento se il primo a non darmi retta fossi io stesso. Per fortuna questo ancora non accade e quindi continuo ad incuriosirmi, e anche ad entusiasmarmi, quasi ogni giorno. Penso sia questa la vita, almeno la mia. Ora bando alle ciance, auguro a tutti di passare bene questo periodo e i giorni che verranno.

Nel caso qualcosa non andasse come dovrebbe, ricordarsi sempre di Rossella O'Hara e pure di Rhett Butler però.

L'esperienza, prima del verbo e pure del nome.


©2014 Fulvio Bortolozzo.
Il linguaggio verbale, poi divenuto scritto/verbale, è talmente antico da sembrare connaturato all'umanità stessa. Sembra persino all'origine della nostra diversità nel mondo animale. Nessun'altra specie sul pianeta ci pare possedere qualcosa di così articolato e complesso. "Io parlo dunque sono", potremmo persino dirci, parodiando Cartesio.

A mio modesto parere le cose non stanno così. Esiste un'umanità preverbale che non si è estinta con l'avvento del Verbo, sì perché per nostra disgrazia le religioni monoteiste portano il linguaggio scritto/verbale alla suprema esaltazione: quella religiosa.  Prima del verbo, e pure del nome, viene l'esperienza delle cose. Qualcosa che non è comprimibile, riducibile perfettamente in un linguaggio. L'esperienza è la fonte originale dell'umanità come specie. Un'attività individuale, o meglio che si rinnova in ogni individuo umano, e che produce, unita all'intelligenza della mente, cambiamenti, trasformazioni dei comportamenti.

L'umano per sua natura esperisce quindi e trae dall'esperienza gli elementi per trasformare le sue azioni, per cambiare l'atteggiamento di fronte alle cose. Nel mondo animale mi pare che quella umana sia la specie che più di ogni altra sa sfruttare l'esperienza per produrre cambiamenti individuali, nella stessa generazione, e anche molto complessi e rapidi.

Il contatto più diretto con l'esperienza è sensoriale. Vedere le cose è quindi già un'esperienza primaria. Una delle cinque forme primarie. Il fotografico, l'esperienza del fotografico, è per questo, prima di ogni altra considerazione linguistica o comunicativa, il gettare la sonda di un dispositivo tecnico dentro l'esperienza della visione umana. Un'attività diretta, muta, individuale che prima di ogni successivo effetto ha quello di interferire con la visione producendo immagini che portano a chi le prende una seconda possibilità d'esperienza: da quella sensoriale diretta del sistema occhio/mente nel momento della visione a quella ulteriore, mediata dal dispositivo, che risulta affine, ma sempre diversa. Il corto circuito tra le due forme di visione provoca esperienze nuove e con esse modificazioni del comportamento.

Tutto questo non ha bisogno di parole. Avviene direttamente nel cervello senza che ci sia necessità di un'organizzazione scritto/verbale. Solo in momenti successivi, e che possono anche non venire, si pone il problema della comunicazione a terzi. Quindi il problema del linguaggio, anche di quello scritto/verbale.

Ignorare questo livello di esperienza preverbale, considerare l'esperienza solo come qualcosa di coincidente con il linguaggio provoca un capovolgimento logico, a mio avviso, che porta a considerare il linguaggio l'unica sede possibile di esperienza. Ciò che non diventa linguaggio non esiste. Socialmente può anche essere così, ma fino a che le nascite degli umani porteranno a vite singole, con una nascita e una morte separate per ogni individuo, pur magari cronologicamente coincidenti, l'esperienza sarà individuale ed ogni individuo fa la sua, al di là che sia poi in grado o meno di trasmetterla ad altri con un sistema linguistico.



La loro semplice esistenza ci appaga.


Piero della Francesca,  L'Incontro tra Salomone e la Regina di Saba (1452ca, dett.)

(...) dopo sessant’anni di intima dimestichezza con opere d’arte d’ogni specie, d’ogni clima e d’ogni tempo, sono tentato di concludere che a lungo andare le creazioni più soddisfacenti sono quelle che, come in Piero e in Cézanne, rimangono ineloquenti, mute, senza urgenza di comunicare alcunché, senza preoccupazione di stimolarci col loro gesto, il loro aspetto. Se qualcosa esprimono, è carattere, essenza, piuttosto che sentimenti o intenzioni di un dato momento. Ci manifestano energia in potenza piuttosto che attività. La loro semplice esistenza ci appaga.

Bernard Berenson, "Piero della Francesca o dell'arte non eloquente".

L'arroganza delle parole.

©2014 Fulvio Bortolozzo.


Sto scrivendo i miei pensieri. Punto. No, sto scrivendo un flusso di coscienza. No, non mi chiamo Joyce. Sto scrivendo. Punto e a capo.

Le mie dita premono dei tasti, le mie dita... Sembra che tutto quello che un umano può fare sia stabilire delle proprietà. Le mie parole, le tue dita, la fotografia è mia perché l'ho fatta io, no è mia perché se non te la guardo e non ci scrivo o dico qualcosa non esiste. Mia, tua, mia, tua, mia, tua. Quando arriva la mamma con il battipanni?

C'è vita oltre le parole? Esiste un universo indicibile, ma percepibile? Lo chiederò al Crozza di Kazzenger. Per ora so, perché lo faccio, checché ne dica chiunque e comunque, che l'esperienza del fotografico esiste, è individuale, non ha bisogno di nessuno e funziona. Mi fa star meglio. Suprema forma di onanismo per alcuni? Ne prendo atto. Non smetterò mai per questo di esperire il fotografico. Nel silenzio, senza obblighi sociali di spiegare niente a nessuno. Dite cosa volete, io faccio. E sto bene. Esiste vita su Marte forse; oltre le parole, oltre l'arroganza delle parole, anche.

Buon Natale a tutti.


Olimpia

2004-2006 (selezione)
Olimpia è la traccia fotografica degli spostamenti dell'autore attraverso il paesaggio urbano della nuova Torino olimpica. L'impostazione concettuale del progetto nasce dalla serie Scene di passaggio (Soap Opera), della quale mantiene inalterato il rapporto strettamente autobiografico con l'atto del fotografare. Un atteggiamento contemplativo è stato ritenuto essenziale per ridurre in forme precise il complesso insieme di percezioni provocate dall'esperienza diretta dei luoghi. In questo senso, la scelta della ripresa notturna favorisce l'estraniamento e la concentrazione dello sguardo.

Edizione On Demand
Formato: 25x20 cm.
64 pagine; 33 fotografie a colori.
Testo in Italiano e Inglese.



Olimpia

20004-2006 (selection)
Olimpia is the photographic trace of the author walking across the cityscape of the new olympic Turin. The conceptual formulation of this project is born from the series Passing Scenes (Soap Opera), of which preserve the strictly autobiographic relationship with the photographic act. A contemplative attitude has been considered essential in order to reduce in precise forms the complex of perceptions experienced during the direct observations of the places. In this way, the choice of the nocturnal shooting promote the estrangement and the concentration of the look.

On Demand
edition
Format: 10x8".
40 pages; 33 colour plates.
Text  in Italian and English language.






















Olimpia, ©2006 Fulvio Bortolozzo.

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Walk around the Walls

2013 (selezione)
Questa serie contiene le tracce fotografiche di due percorsi
di osservazione svolti il 19 giugno 2013 a Castelfranco Veneto.
L’attenzione è stata rivolta alla presenza delle antiche Mura.

Edizione On Demand
Formato: 25x20 cm.
40 pagine; 21 fotografie a colori.
Testo in Italiano e Inglese.



Walk around the Walls

2013 (selection)
This series contains the photographic traces of two walks
of observation taken the June 19th 2013 in Castelfranco Veneto
(Italy). The attention was focused on the ancient Walls.

On Demand edition
Format: 10x8".
40 pages; 21 colour plates.
Text in Italian and English language.










































Walk around the Walls, ©2013 Fulvio Bortolozzo.

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Trapani intorno

2012 (selezione)
L'incontro con il territorio trapanese mette in discussione ciò che pensavo di sapere e mi costringe rimettere a fuoco un possibile rapporto con le cose. Il paesaggio che ne risulta è continuamente mediato tra i sedimenti, le tracce di chi lo abita donandogli la forma attuale nella quale lo vado scoprendo, e il punto di vista, la risonanza che produce nel mio attraversamento.

Around Trapani

2012 (selection)
The encounter with the territory of Trapani (Sicily, Italy) put in question what I thought I knew and forces me to refocus on a possible relationship with things. The resulting landscape is continually mediated between the sediments , the traces of those who inhabit it, and gives the current form in which I discover it and the point of view , the resonance that produces in my crossing.




























































Trapani intorno, ©2012 Fulvio Bortolozzo.

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